MILANO – FABBRICA DEL VAPORE

Il Metodo Salgari per Progetto Città ideale / Expo in Città: 18 – 29 luglio 2015

La città di Milano ha attraversato negli ultimi dieci anni un processo di trasformazione che ha interessato molte parti della città, arrivando a cambiare drasticamente l’aspetto, l’economia e perfino la popolazione di interi quartieri.  Nonostante la sopraggiunta crisi economica abbia di fatto congelato il mercato immobiliare e nonostante gli esiti dell’effetto di stimolo economico costituito da Expo 2015 debbano ancora essere verificati, il risultato evidente di questa fase è stata la costruzione di un’enorme quantità di nuovi edifici, sia permanenti che temporanei. Un ipotetico visitatore, che tornasse a Milano dopo vari anni di assenza, troverebbe una città con un aspetto diverso e molto più internazionale, dal momento che la quasi totalità di questa grande produzione architettonica, sia essa a firma di qualche architetto di grido o di più o meno anonimi professionisti, appare accomunata dal ricorso ad una gamma di stilemi e soluzioni architettoniche che, per quanto ampia, può essere facilmente riferita ad una tendenza architettonica transnazionale in qualche modo uniforme che direttamente o indirettamente si richiama, aggiornandoli, ad alcuni caratteri della modernità. In occasione dell’invito a riflettere sulla città di Milano, rivoltoci da Città Ideale e con l’intenzione di applicare per la quinta volta il nostro “metodo” a un esercizio di creazione, abbiamo pertanto deciso di proporre un percorso critico sulle origini e sullo stato dell’architettura internazionale.

L’origine dell’internazionalizzazione dell’architettura può essere ricercata negli sforzi volti alla diffusione mondiale dei principi dell’architettura Moderna o Razionalista rappresentati dai CIAM (dal francese Congrès Internationaux d’Architecture Moderne), convegni internazionali, svoltisi con cadenza non regolare tra il 1928 ed il 1959, che riunivano i più importanti architetti dell’epoca per dibattere sulle principali tematiche della progettazione architettonica, dell’urbanistica e del disegno industriale. Grazie all’influenza di questa organizzazione, capace di coinvolgere potenti interessi economici e politici, l’Architettura Moderna si diffuse in tutto il mondo occidentale, e talvolta anche al di fuori di questo, affermando contradittoriamente in molteplici, anacronistici e diversi paesaggi urbani, l’illusione di un mondo senza richiami formali alle radici culturali ed agli stili locali. Una specie di anti-diaspora architettonica, ovvero una tendenza globalizzante dell’architettura, della città e pertanto della vita urbana,  divulgata sistematicamente attraverso la parola e la opera di autori come Le Courbusier, Walter Gropius,  Alvar Aalto,  Mies Van der Rohe.
Come prevedibile tale processo storico ha implicato un fallimento,  generatosi dalla perdita della carica utopica dell’architettura come forza capace di trasformare la società attraverso la creazione di nuove forme. Una sconfitta legata all’incapacità di quelle forme di parlare un linguaggio adatto a farsi comprendere e accettare in maniera profonda dalla società che pretendevano di cambiare. Storicamente questo fatto è ben rappresentato dalla mostra tenutasi al MOMA nel 1932 e dal libro “The International Style” pubblicato contemporaneamente dai curatori Henry Russel Hitchcock e Philip Johnson, in cui appunto l’architettura del movimento moderno viene svuotata di tutte le sue componenti politiche e sociali ed interpretata in chiave puramente “stilistica”,  cioè formale.
Da allora la storia dell’architettura ha registrato molte altre vicende e l’architettura degli edifici contemporanei non ha più molto a che vedere con quella dei maestri delle avanguardie, sia da un punto di vista costruttivo che semantico, tuttavia quell’immaginario formale permane e tra i fenomeni della globalizzazione in cui siamo immersi vi è sicuramente l’assistere in architettura alla formazione di un nuovo stile internazionale.
E’ importante notare come, analogamente a quanto avviene in architettura, anche nell’ambito della creazione più prettamente artistica è in corso da molte decadi una tendenza simile, volta alla definizione sempre più precisa delle regole del “contemporaneo” che tende a tradurre linguaggi anche locali o contestuali in forme o risultati sempre coerenti a un panorama globale.

Durante il periodo di lavoro a Milano abbiamo proposto una riflessione attorno a tali questioni presentando un’installazione che è servita come elemento fisico con cui si è confrontato un gruppo di artisti (Daniela Ardiri, Mirko Canesi, Umberto Chiodi, Piero Mezzabotta, Fabio Melosu, Patrizia Emma Scialpi) e performer (Francesco MIchele Laterza, Laura Pante, Miranda Secondari) stabilendo una relazione spazio-corpo-oggetto con il nostro lavoro.
L’installazione trova una naturale premessa teorica in quanto detto a proposito dell’architettura internazionale ma anche nel confronto con il contesto della Sala delle Colonne. A partire dalla ricerca dei limiti fisici imposti a chi viva l’architettura di matrice internazionale, per lo meno nella sua prima fase, abbiamo deciso di citare il Modulor di Le Courbusier come esempio emblematico (nelle due versioni del 1948 e del 1955) di uno sforzo di standardizzazione ed unificazione delle relazioni tra corpo ideale e architettura razionale.
Abbiamo quindi deciso di usare le colonne da cui la sala che ospita l’evento prende il nome, per realizzare una serie di elementi che fanno riferimento alle misure standardizzate del corpo poste alla base del “Modulor”.  Secondo quanto affermato da Le Courbusier, l’altezza dell’ideale abitante degli edifici moderni doveva essere di 1.75 cm nella prima versione, o di 1.83 cm nella seguente revisione dello stesso testo. Questo limite evidenzia indirettamente la colonizzazione culturale prettamente europea e statunitense del Movimento Moderno; analogamente la scelta di intervenire sulle colonne fa idealmente riferimento a un altro modello dell’estetica occidentale, citato innumerevoli volte con la finalità di affermarne valori o ideologie: l’architettura greca.
Le due postazioni costruite attorno alle colonne centrali della sala che sono servite per misurarsi con i canoni modernisti e nello stesso tempo per tentare di sovvertirli.
Oltre all’attività di laboratorio artistico incentrata intorno all’installazione testé descritta, sono stati organizzati due momenti di confronto e dibattito aperti al pubblico e volti all’approfondimento dei temi trattati che hanno visto la partecipazione di: Andrea Balestrero, Marta Ferretti, Nina Fiocco, Matteo Ghidoni, Valentina Roselli, Rogelio Sánchez Velázquez, Stefano Serusi.

Laura Pante e Miranda Secondari
Laura Pante e Miranda Secondari
Francesco Michele Laterza
Francesco Michele Laterza
Daniela Ardiri
Daniela Ardiri
Mirko Canesi
Mirko Canesi
Umberto Chiodi
Umberto Chiodi
Fabio Melosu
Fabio Melosu
Piero Mezzabotta
Piero Mezzabotta
Patrizia Emma Scialpi
Patrizia Emma Scialpi
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